
Mi svegliavo ogni mattina da anni… grossomodo allo stesso orario. Prendendomi cura dei miei due figli. Giulia e Ivan.
E della mia famiglia.
Cercavo di sbarcare il lunario occupandomi del servizio ai clienti nelle attività di ristorazione.
Ho lavorato come dipendente per ben 14 anni.
A volte solo a pranzo.
Altre solo a cena.
Altre ancora nei weekend.
Per chi ha fatto o fa questo mestiere, sa che è un lavoro duro. A maggior ragione per chi a casa ha due figli piccoli da gestire e a cui dare amore.
Andare a lavoro non è stato sempre semplice.
A volte il servizio lo condividevo con “colleghi” con cui potersi incastrare perfettamente come un puzzle. Altre invece era meno facile.
Perché?
Perché non sempre si riesce a trovare la “quadra”. Vuoi perché ci sono giornate in cui è umano svegliarsi con la luna storta, vuoi anche per caratteri diversi.
Lo stesso accadeva con alcuni (non tutti) titolari.
Sono dinamiche in realtà normali, ma quando si è nella centrifuga quotidiana e con il peso delle responsabilità anche per via dei figli, diventano macigni insostenibili nel lungo periodo.
Ho pensato decine e decine di volte di andare via. Lasciando i luoghi dove ho lavorato.
L’ho detto a me stessa nei periodi di maggiore stress e in cui mi sentivo sotto pressione.
Ma sarei passata da un locale ad un altro. Da un titolare ad un altro. Da dei colleghi a degli altri.
Dalla padella alla brace… insomma.
Per la serie chi cambia la vecchia strada per la nuova, sa quello che lascia ma non sa quello che trova.
Mi sentivo intrappolata e non sapevo cosa fare.
Se avessi cambiato ristorante avrei trovato cose migliori del precedente e altre peggiori.
Se fossi andata in un altro ancora, avrei trovato cose migliori tra le peggiori e peggiori tra le migliori.
Dal titolare ai collaboratori e viceversa. Pur comprendendo che sono dinamiche di vita. E lo dico non per accusare alcuno.
Immagina che c’erano giornate in cui lavoravo sia a pranzo che a cena. Poi quando tornavo a casa dovevo dare attenzione ai miei figli. Alla Casa. A me stessa. Insomma 24 ore non bastavano e soprattutto Maria era una sola e ne servivano almeno 4.
Questa situazione l’ho vissuta per ben 14 anni. 5110 giorni che ho sentito uno per uno.
Ecco perché è arrivato un momento in cui, dopo 14 anni mi sentivo bloccata.
Come se la mia vita fosse uguale. Ogni giorno, tutti i giorni. Ripensandoci oggi, non so nemmeno come sono sopravvissuta. Tanto fisicamente, quanto psicologicamente.
E per quanto io avessi 14 anni in meno, posso assicurarti che non è stato per nulla facile.
A quei tempi non avevo ne il tempo, ne la forza, ne i soldi per potermi permettere una pizza nel fine settimana. D’altronde lavoravo e di pizze non ne volevo più sapere.
Fino a quando ho compreso di averne abbastanza e che la situazione non era più sostenibile. Vuoi perché i miei figli crescevano. E mi rendevo conto che quel tempo non sarebbe più tornato indietro. E volevo che si ricordassero di una madre presente.
Vuoi per dinamiche familiari, vuoi per dinamiche lavorative.
Che tu ci creda o no non ho nulla da rimproverare a chi mi ha dato la possibilità di crescere professionalmente. Ma io avevo ed ho ancora oggi una visione totalmente diversa di come gestire un ristorante e soprattutto come approcciare un cliente.
Considera che seppur fossi una dipendente, i clienti mi chiedevano sempre, se i locali dove lavoravo fossero di mia proprietà. E questo mi motivava. A parte il fatto che per me era ed è naturale, far sentire il cliente al centro, importante.
Soprattutto perché vedevo che questa parte importantissima era sottovalutata.
Di conseguenza, una mattina mi sono svegliata e ho detto: BASTA!
Mi ero stancata dopo tanti anni. Volevo fare impresa. Dopo tanta esperienza e formazione. Ho deciso di uscire dagli schemi, di stare a contatto con le persone cosi come volevo. Avevo necessità di riscattarmi.
Ma nonostante questo mio desiderio, questa mia voglia di rivalsa, questa necessità…
… erano in tanti coloro che continuavano a dire che la mia idea di ristorazione non aveva niente a che fare con il contesto in cui viviamo. Mi dicevano che mi ero montata la testa. Ma io dentro di me sapevo che non era cosi.
Il mio obiettivo era lo studio degli alimenti e dei vari abbinamenti, cosi che il cliente potesse vivere un’esperienza a 360 gradi.
Dentro di me c’era una voce che continuava a ripetere:
“Maria ma se tu fai cosi bene da dipendente, vuoi che non farai ancora meglio in una tua attività?”
Tutto questo è avvenuto in un momento storico preciso della mia esistenza. Avevo bisogno di fare qualcosa di mio. Soprattutto perché mettevo sempre davanti gli altri e per una volta ho deciso di essere io in primo piano.
Desideravo mettere il cliente al centro. Volevo che le persone arrivassero nel mio locale con i mille problemi che affrontiamo tutti nelle nostre giornate e che per un’ora o forse più, riuscissero a dimenticarsene.
Volevo che tornassero alla loro Vita quotidiana con una marcia in più.
Desideravo inoltre che i miei figli vedessero che la loro mamma era felice.
Desideravo essere il loro esempio. Dimostrando che non è il posto in cui siamo a fare la differenza ma il modo in cui affrontiamo le cose.
Volevo che la mia famiglia potesse capire quanto si possa davvero ottenere quando c’è una forte motivazione, come in questo caso, per me, l’Amore per le persone. Per farle stare bene. Per dimostrare cosi, ai tanti che vanno via dalla nostra Terra che con coraggio e non poche difficoltà ce la si può fare.
E forse è per questo che non ho avuto paura inizialmente.
Ma voglio confessarti una cosa.
Ero molto determinata nel prendere il locale che oggi è Amongae. Quando ho avuto le chiavi in mano e ci sono entrata per la prima volta era un tugurio. Questo è successo dopo l’appuntamento con il notaio.
Il locale lo avevo già visto in precedenza, ma in quel momento, quando ho aperto la porta con quelle chiavi mi sono seduta al tavolo 10.
Mi sono guardata attorno e ho avuto un pianto di circa mezz’ora.
E sai cosa mi sono detta?
“Maria, che c** hai combinato? E ora da dove inizio?” e li ho avuto paura perché avevo nelle mani una patata bollente.
Start up d’azienda, quindi un prestito. Ho avuto il timore di non riuscire a creare con questa piccola somma quello che volevo.
Ma da allora in avanti, sapevo di aver trovato il locale che mi piaceva e avevo la motivazione giusta.
E non posso dire che sia sempre andato tutto rose e fiori, tutt’altro.
Devo dire che grazie alla disciplina e alla professionalità siamo riusciti a raggiungere un ottimo livello sui nostri prodotti. Ho scelto accuratamente. Ho ricercato le materie prime migliori. Ho imparato come poterle valorizzare e abbinare.
Per fare un ulteriore esempio, posso citare la maturazione da 48 a 70 ore che ci ha permesso di rendere un piatto solitamente visto pesante, molto digeribile e quindi che portasse benefici ai clienti.
E come ti dicevo prima, non tutto è stato rose e fiori.
All’inizio, quando ho aperto l’attività, alcune persone anche a me vicine dicevano “questa dove vuole andare? Sia perché è femmina, sia perché la tipologia di locale non ha niente a che fare con il contesto.”
Ma c’è di più, l’inizio è stato davvero brutto.
Problematiche con i dipendenti. Non c’era equilibrio.
Oggi sono consapevole del fatto che ci vuole inizialmente una fase di assestamento per stabilire gli equilibri tra i vari dipendenti.
Il peggio è stato ad un certo punto.
Quando un episodio ha destabilizzato quei famosi equilibri che si erano creati. Uno dei dipendenti di punto in bianco ha deciso di andarsene. Mi rendo conto che può capitare, non colpevolizzo nessuno. Ma soprattutto all’inizio dopo gli sforzi fatti fino a quel momento non è stato semplice per me.
E invece di buttarmi giù, ho avuto la forza di migliorare ancora di più l’aspetto che in quel momento mancava.
Oggi fare l’imprenditore non è facile, è una delle cose più difficili, soprattutto in questo momento storico.
Nella mia vita in generale ho tirato fuori sempre la parte migliore di me dai periodi più brutti. Riesco ad avere quella forza di riemergere, uscire dal fango.
Tutte le cose belle della mia vita sono state sempre fatte dopo catastrofi.
Ma soprattutto ho dovuto affrontare anche una separazione che è avvenuta nel 2015. A partire da allora questi anni non sono stati facili perché ho dovuto affrontare molte cose da sola.
C’è stata anche la pandemia, durante la quale ho avuto il terrore di buttare in fumo tutti i miei progetti e speranze sulle quali avevo affidato la nascita di questo locale.
E nonostante ciò, non ho paura di ciò che verrà. A differenza di molti ristoratori da circa 2 anni a questa parte.
Perché?
Perché ho una strana consapevolezza, che andrà tutto bene.